
Quando si chiude così, il sorriso è d’obbligo. I
mondiali, ospitati per la prima volta in Italia, a Milano la città che ha una storia centenaria del ring, con tanti campioni che è impossibile elencarli, ci limitiamo a indicare Duilio Loi, le cui immagini assieme a quelle di Giovanni Parisi hanno adornato i corridoi del
Mediolanum Forum di Assago, non potevano concludersi in modo migliore. Il grande lavoro svolto sul piano promozionale dal
Miloc di Andrea Locatelli e Paolo Taveggia, ma pure da uno staff che ha avuto tanti operatori di grande aiuto, da Gianni Filippini al fotoreporter Fabio Bozzani, fino a Luca Baracchi indispensabile e pazientissimo con tutti, tutti hanno lavorato per dare alla manifestazione quel valore che meritava.
Contro le previsioni pessimistiche, la giornata delle finali è stata un trionfo anche di pubblico. Quasi 10.000 spettatori hanno raccolto l’invito e non hanno sbagliato. Lo spettacolo valeva questa dimostrazione di passione per la noble art. Che i due alfieri azzurri Mirco Valentino e Roberto Cammarelle hanno onorato nel modo più bello. Vincendo e convincendo, mandando il pubblico in visibilio, e dando ai loro tecnici Francesco Damiani e Raffaele Bergamasco quel premio che il tanto lavoro sopportato meritava.
Ripetiamo, non poteva andare meglio. Dalla sofferenza dei quarti, allorchè si dimezzava il poker auspicato, con l’uscita dolorosa sul piano sportivo di Clemente Russo e Vincenzo Picardi, che restano bandiere tricolori e non aspettano altro che la riscossa, al più bel giorno di questi mondiali, troppo faticosi, troppo popolati e pure condizionati da teste di serie a capocchia.
Valentino e
Cammarelle, compagni di stanza, amici sinceri si rispettano da sempre. Adesso mettono assieme una montagna di medaglie. Nessuno è però appagato. Dice il campione dei leggeri: “
Ho iniziato in sordina, senza grandi responsabilità, che ricadevano tutte sui medagliati di Chicago e Pechino. Questo mi ha aiutato. Il resto l’ho compiuto sul ring. In finale ho battuto il portoricano Pedroza, ma la vera finale l’ho vinta sul cubano Torriente, il più bravo di tutti. Dopo Valentino”.
Il futuro?
“Spero bello. Ho fatto tanta fatica per arrivare in coma al mondo, adesso vorrei quantificare questo traguardo raggiunto. Non parlo di grandi guadagni. Grazie alla federazione e alla polizia vivo bene, con dignità. Ma sono uno che guarda sempre avanti. Londra mi aspetta e ritengo di essere pronto. Se ci saranno offerte alternative, ascolterò e prenderò una decisione. Ma non subito”.
Cammarelle era felice di quella più interiore che esteriore. Lui è fatto così, è anche il re della misura. La sue parole sono spesso messaggi cifrati. Mai banali. “Dopo la vittoria non brillante contro Pulev, correva un vento di sfiducia, non ufficiale ma nei paraggi. Io sono andato avanti per la mia strada e ho avuto ancora una volta ragione. Il premio quale miglior pugile dei mondiali? Se mi hanno scelto vuol dire che lo meritavo. Lo avrei accettato anche a Pechino. Ma va benissimo così”.
Una finale facile?
“Niente è facile nella boxe. L’ucraino, visto che i giudici lo premiavano ha pensato di potercela fare e ha aumentato il ritmo nel secondo round. Io ho fatto lo stesso e i risultati si sono visti. Poi Kapitonenko ha capito che non doveva scherzare col fuoco e allora non ci sono stati problemi. Il pubblico si è divertito, io mi sono riconfermato e siamo tutti contenti”.
Il prologo assegnato alle donne, con la vittoria di Marzia Davide sull’indiana Usha Nagisetty nei 57 kg. è la volta della cinese Li Jinzi nei medi a confermare la supremazia sulla bionda magiara Anita Ducza con netto margine.
Si inizia dalla categoria minore e in ordine di peso vengono assegnati per l’ultima volta i titoli di 11 categorie. Dal 2009, si scende a 10.
48 kg. Purevdorj (Mongolia) b. Ayrapetyan (Russia) 10-5. Prosegue la maledizione ai mondiali per il russo Ayrapetyan nato a Baku in Azerbajan. Entrambi mancini cercano un bersaglio difficile, vista l’abilità ad uscire dal raggio offensivo altrui. La prima ripresa li vede in perfetta parità, anche se comincia a evidenziarsi la diversa tattica. Il mongolo si muove con maggiore scioltezza, mentre l’avversario cerca di colpire con colpi larghi, decisamente più difficoltosi a fare punteggio. Infatti, la scelta dell’argento olimpico viene premiata con un 7-5 che preannuncia il progressivo vantaggio dell’ultima tornata con un 10-5 che premia forse troppo il mongolo, comunque giusto il verdetto. Per il russo un grande rammarico, visto il secondo floppy consecutivo.
51 kg. McWilliams (Portorico) b. Nyambayar (Mongolia) 18-2. Baby Nyambayar (17 anni) non ha colto quell’oro che sembrava alla sua portata alla vigilia. La realtà del ring ha detto che il portoricano McWilliams, pugilato semplice solo in apparenza, gli è stato superiore e la vittoria non fa una grinza. Mc Arrojo ha fatto tutto con molta naturalezza, aspettando gli attacchi di Tugstsogt mettendo a bersaglio colpi diritti e veloci, senza dare al mongolo il tempo delle repliche. Una bella sorpresa questo ragazzo di San Juan, in attività da un decennio, ha 24 anni e pensa di bissare a Londra.
54 kg. Dalakliev (Bulgaria) b. Abzalimov (Russia) 5-3. Non siamo d’accordo col verdetto dei giudici. A nostro giudizio il russo aveva meritato la vittoria, perché non ha solo fatto il match, ma ha compito molto di più. Il bulgaro non può vincere il mondiale con cinque colpi cinque, tutti segnati, mentre Abzalimov si svena a colpire e il quintetto incaricato ai punteggi ignorarne la quasi totalità. Purtroppo il giudizio di un cronista non cambia la scelta tecnica. Ha solo diritto di esprimere la propria opinione. Che non è poco.
57 kg. Lomachenko (Ukraina) b. Vodopyanov (Russia) 12-1. Lomachenko si è preso quello che i giudici di Chicago gli avevano negato contro Selimov. Trovare difetti tecnici in questo gioiello ucraino non è facile. Sa fare tutto con l’eleganza dei predestinati e ha soli 21 anni. Finora ha evitato la sirena del professionismo e forse arriverà a Londra, ma poi sarà la grande star dei prize fighter, magari con i fratelli Klitschko. Si è mosso dalla Germania il massimo Dimitrenko per applaudire il connazionale. Il pubblico di Milano lo ha applaudito a lungo. Vodopyanov, il russo sconfitto non era uno sconosciuto, campione mondiale uscente dei gallo, non ha potuto che fare da spalla. Posizione poco comoda, che Sergey non ha gradito, creando un gelo inusuale sul ring.
60 kg. Valentino (Italia) batte Pedraza (Portorico) 9-4. Quando si vince e la vittoria vale il titolo mondiale, va tutto bene, ma se per arrivarci devi scalare l’Everest, quando te lo potevi evitare, viene una certa rabbia. Possibile che solo il pubblico e i media vedessero i colpi che Valentino, mentre i cinque giudici li ignoravano sistematicamente? Non siamo sciovinisti, ma ci hanno insegnato che due più due fa quattro, e se l’operazione non viene eseguita i conti non tornano. Primo round 1-1, secondo 5-3 per Mirco, quando meritava almeno il doppio. Neppure la terza si discostava. Per fortuna che Pedroza non colpiva affatto e quindi il cubano, il finlandese, il marocchino, l’indiano e l’esimio tunisino, che alla fine segnava un incredibile 5-3, non avevano possibilità di errori. Si limitavano a dare il 50% dei colpi di Valentino. Che ha boxato molto bene, con la giusta tattica e anche il ritmo che la finale richiedeva. Il tifo ha fatto la sua parte e questo è stato il loro grazie per questo ragazzo di Marcianise, che ha saputo uscire fuori dalla delusione di Chicago e Pechino per iniziare la scalata alla montagna londinese, che ha sulla vetta la bandiera a cinque cerchi.
64 kg. Iglesias Sotolongo (Cuba) b. Gomez (Usa) 8-2. Arriva il primo oro per Cuba. Lo vince secondo pronostico il mancino Iglesias, che fece ottima impressione in Italia e proprio in virtù di quegli incontri meritò il posto di titolare subentrando a Ugas, bronzo a Pechino, che sembrava il titolare. Scelta felice, diventata d’oro e stando al verdetto senza problemi. In verità al giovanissimo Gomez, 17 anni, i cui pugni troppo spesso erano ignorati, ma all’angolo USA non se la sono presa. Come Cuba e forse di più, i ragazzi a stelle e strisce pensano a Londra e hanno una squadra under 20.
69 kg. Culcay-Keth (Germania) b. Zamkovoy (Russia) 7-4. La Germania torna sul podio più alto dopo 14 anni. Vi era riuscita nel ’95 a Berlino col mosca Lunka Zoltan, edizione che offrì ai tedeschi anche un argento e ben otto bronzi. Stavolta, contro il pronostico, con una bella spinta dei giudici il tedesco di origini turche Culcay-Keth, bronzo europeo, tanta esperienza in tutto il mondo, ha raggiunto un traguardo che forse neppure lui pensava possibile. Ha vinto ma non ha convinto il pubblico che ha accolto il verdetto con tanti fischi. Il russo Zamkovoy ci ha provato in tutti i modi, cercando di sfruttare il maggiore allungo, ma troppi colpi finivano fuori bersaglio e quelli giusti, spesso ignorati. Così, alla fine accade che l’oro finisce al collo del meno quotato.
75 kg. Atoev (Uzbekistan) b. Hakobyan (Armenia) 9-0. Atoev si concede il bis mondiale, con l’impresa di scendere dai mediomassimi ai medi. L’armeno Hakobyan non aveva armi per tenere il passo del mancino uzbeko, che ha macinato l’avversario in sicurezza, fino al termine. La finale meno equilibrata e anche poco spettacolare.
81 kg. Beterbiev (Russia) b. Rasulov (Uzbekistan) 12-10. Che faticaccia per il moscovita, che raggiunge finalmente un riconoscimento assoluto, dopo qualche podio e molte delusioni. Argento a Chicago, con un verdetto iniquo contro Atoev, fuori subito a Pechino ad opera del cinese Xiaoping, oro in Patria, aveva iniziato la stagione con la precisa scelta di vincere a Milano. E’ stato di parola e si propone anche per Londra, in una categoria decisamente scarsa di talenti.
91 kg. Mekhontsev (Russia) b. Acosta (Cuba) 12-1. La guerra in guantoni tra le due maggiori potenze pugilistiche. Mancini naturali, impostano la sfida sui colpi lunghi dove la maggiore velocità e precisione del russo aprono la strada a un netto 3-0 dopo il primo round. Acosta sembra timoroso, mentre Mekhontsev prende fiducia e aumenta il vantaggio ad un meritatissimo 7-1. Match deciso con la terza che conferma la superiorità netta del russo, che aggiunge all’europeo di Liverpool l’alloro più prestigioso con i colori dell’iride. Piccolo particolare, il campione del mondo, per i famosi parametri non era tra le 8 teste di serie. Nessun commento. Alla vigilia posi la domanda all’AIBA che non mi degnò neppure di risposta. Il divario tra i due è risultato alla fine imbarazzante: 12-1. Acosta con questo floppy potrebbe essersi giocato il posto per Londra.
+91 kg. Cammarelle (Italia) b. Kapitonenko (Ucraina) 10-5. Roberto è un re generoso. Non ama stravincere e umiliare l’avversario. L’ucraino Kapitonenko, pugile che veleggia nei quartieri alti della categoria, visto che ha eliminato lungo la strada il romeno Cajanu che sembrava la speranza assoluta del futuro, poi il cubano Savon, che veniva offerto come la meraviglia dell’isola, infine il cinese Zhang, finalista a Pechino. Signori mica una mezza calzetta. Ai fatti, sul ring, Cammarelle ha impartito una vera lezione di boxe al volonteroso allievo, anche se i giudici, probabilmente rapiti dalla boxe dell’italiano si dimenticavano di segnare i punti a suo vantaggio. Solo questa può essere la giustificazione di un verdetto 10-5 in un certo senso ridicolo, con Kapitonenko due volte contato, che è rimasto in piedi, perché Cammarelle è un vero signore nel terzo round si è limitato a giocare, facendo accademia. Non sarà facile per l’AIBA catechizzare questi giudici che hanno una visione dei colpi molto, molto personalizzata. Spesso incomprensibile.
L’Italia con due vittorie, sale al secondo posto nel medagliere del 2009, dietro alla corazzata russa che abbiamo appaiato negli ori ma si avvantaggia con quattro argenti e due bronzi. Aver tenuto dietro Cuba, Uzbekistan e Ucraina potenze di antica e nuova era, senza contare la Mongolia e la sorpresa Portorico, che tornano a casa con un oro e un argento, bottino di tutto rispetto. La delusione è stata Cuba, che con un solo successo, è stata sotto le aspettative, come la Cina, relegata al podio più basso. La Bulgaria porta in patria un primo posto inaspettato, ma più per la generosità dei giudici che per merito del pugile.
Giuliano Orlando
(A CURA DI MILOC 2009)